1.Buio (La crisi) – 16 Febbraio 2024

Un normale giorno, come tanti altri, pieno di cose, attività, pensieri, impegni.
Sveglia alle 05.30 prendi l’acqua alla fontana, vai in palestra, accompagna il piccolo nano a scuola, bevi un caffè, compra un po’ di frutta e verdura, corri a lavoro, programma le attività da svolgere e inizi a scrivere le tue solite, lunghe e dettagliate comunicazioni lavorative.

Prima, infatti, che questa strana ed incredibile, luminosa, segnante esperienza (non riesco a fermare gli aggettivi contrastanti che nascono nella mia mente!) avesse inizio, ricordo solo che, dopo aver fatto un cenno di battuta con la mano alla mia cara collega Angela, sedutami di fianco al di là di una piccola vetrata che divide le nostre scrivanie, stavo scrivendo le ultime parole di una mail:

“…come da precedenti accordi aasfwdfewfhfqw”.

Poi…Buio.

Silenzio.

Assenza di qualsiasi percezione interna ed esterna. Nulla. Nessun intorpidimento, nessuna vibrazione, nessuna luce o suono intorno a me. Alcun segnale proveniente dal mio corpo, dalla mia mente di presenza o, per meglio dire, di esistenza. Niente, tutto spento.

Semplicemente non ci sono più, non mi percepisco, non esisto. Scompaio!

Se questa è la morte, beh…è davvero una passeggiata, ben più complesso vivere.
Riesco però ad aver memoria di quest’assenza o come l’ho definita, di questa: “disconnessione cerebrale”, poiché ho avuto la fortuna di poter vivere il dopo, la “riconnessione”, avendo dunque la possibilità in qualche modo di poterne tracciare un confine, un passaggio o un “bardo” (come direbbero i buddhisti – ma a questo ci arrivo tra poco!) tra quei due “stati” che nettamente hanno caratterizzato quei minuti, quei momenti di totale abbandono del mio corpo e della mia mente.

Ricordo, infatti, che quella fuga da questo mondo è stata accompagnata ed intervallata da più riprese indipendenti tra loro, dalla comparsa di alcuni cenni di vita. Flebili, inconsistenti, ma in ogni caso presenti e capaci in qualche strano modo di lasciare una traccia nella mia memoria corporea e mentale.

Dal silenzio di quelle tenebre soporose ed incoscienti, infatti, ad un tratto, delle voci lontane e dei flash timidamente fanno capolino tra le piccole fessure che attraversano i miei occhi, stanchi e stritolati dall’impatto con il pavimento dell’ufficio in cui mi trovavo.

“Cos’è successo?”

Questa domanda, rimasta muta e silente nella mia mente sconvolta dalla caduta, scorre rapida approfittando di un briciolo di coscienza che attraversa il mio pensiero, assopito, praticamente inesistente. Non riesco a capire, a rispondermi perché tutto immediatamente torna a farsi cupo, assente.

Poi uno spasmo, come una leggerissima scarica elettrica che lenta, sibila tra la mia pelle ma che non è sufficiente a fornire cognizione di Me e del mio corpo. Tutto resta spento, dormiente ma percepisco, anche se appena, che le mie membra inermi vengono scosse da movimenti interni inconsapevoli e fugaci.

D’improvviso, una voce, chiara ma lontana:

 “Luca, Luca!”

Sento paura, più attorno a me che dentro di me, ma non me ne rendo conto quasi per nulla. Accarezzo quell’emozione, quasi per aggrapparmi ad essa ed utilizzarla come leva per riemergere da quell’abisso di pace e terrore, quiete e tempesta, ma non la faccio mia e lascio inesorabilmente che scivoli tra le fibre della carne che imperturbabile resta immobile. Ecco poi un altro blackout, vado via di nuovo e ancora una volta resto fermo, incastrato in quella condizione di ineffabile esistenza.

Non so se sia più una mia fantasia postuma o una reale condizione di pensiero che abbia caratterizzato quegli istanti – il limite dell’immaginazione in questi casi temo proprio sia molto sottile – ma ricordo la mia volontà, inconsapevole (lo so, sembra contraddittorio!) di tentare di fare qualcosa, di riemergere da un totale stato di abbandono al quale non riuscivo ad oppormi.

Ciò che però ricordo, ancor prima di qualsiasi stato fisico chiaro ed evidente è stato il sorgere di un’emozione che limpidamente ha attraversato la mia mente: ovvero paura, angoscia. Di quella sì ricordo chiaramente i connotati. Ogni piccola cellula di quel corpo spento e che giaceva a terra, (quasi) senza vita e di cui io adesso mentre scrivo, provo ad osservarne e descriverne rozzamente lo stato, era paralizzata, incredula poiché priva della sua energia vitale, di tutta quella forza e vigorosa potenza dalla quale si sentiva caratterizzata sino a pochi minuti prima.

Non è facile descrivere questa sensazione, non riesco a trovare le parole giuste, adeguate. Mi resta addosso un brivido consapevole ed inconsapevole allo stesso tempo, una vibrazione di cui ricordo gli echi ma che non mi è possibile dettagliare meglio per via dell’estrema transitorietà ed inconsistenza del momento. Troppo effimero, rapido e “scivoloso”, ma allo stesso tempo pieno e ricco di “attività”, impulsi.

Ricorro allora ad una parentesi che probabilmente, sebbene in maniera “metafisica” e “trascendente”, spero e credo possa aiutare nella comprensione di ciò che intendo e condivido, quindi, una piccola riflessione che nel corso degli ultimi giorni ho cercato di approfondire e che nasce da un mio precedente “studio” effettuato di un antico testo Buddhista – filosofia che stimo e di cui “saltuariamente” mi sono interessato, ma dalla quale oggettivamente, per credenze personali e formazione culturale, sono molto distante. Nel “Libro Tibetano dei Morti, testo di riferimento all’interno della cultura e filosofia buddhista, come ho accennato poco sopra, si parla di “bardo” il cui significato è in realtà molto complesso e articolato, eccessivamente per poterne riportare qui un’adeguata e corretta disamina. Ma credo, che successivamente all’esperienza da me vissuta, sia proprio questo il concetto più vicino a quanto ho sperimentato nel corso di quel momento di buio o crisi comiziale che dir si voglia. L’idea alla base del concetto di “bardo” è il seguente: “Bar” significa: “tra”, mentre, “do” significa “isola” o “punto”, indicando dunque una sorta di  riferimento che si trova tra due cose o, per riportare l’immagine utilizzata nel testo, una specie di isola sita in mezzo ad un lago. Il concetto di bardo, infatti, si riferisce al periodo che intercorre tra:

“[…] sanità e insania, o al periodo tra confusione e confusione nel momento in cui sta per trasformarsi in saggezza e, naturalmente può essere riferito all’esperienza del periodo tra morte e nascita. La situazione passata si è appena verificata e la situazione futura non si è ancora prodotta, c’è perciò un intervallo tra le due. Questa, in essenza, è l’esperienza del Bardo.”

“Il Libro Tibetano dei Morti – La grande liberazione attraverso l’udire nel Bardo” – Pag.25
Astrolabio – Ubaldini Editore – Roma, 1977

Non è l’obiettivo di questo scritto, né tantomeno la mia conoscenza di tale affascinante (almeno per me) concetto è così profonda da poterne determinare un’esaustiva e piena condivisione, ma per tentare di descriverlo e connotarlo un po’ meglio agli occhi di chi avrà modo e piacere di leggere queste righe, così da porlo in relazione a quanto da me in qualche modo sperimentato, aggiungo che l’esperienza del Bardo è da intendersi quale esperienza di luminosità, come di un qualcosa capace di dare significato all’essenza delle cose come esse sono, individuandone la qualità essenziale del loro modo di essere. Tali espressioni però si manifestano – è bene tenerlo a mente poiché determinante per una migliore comprensione! -, all’interno della complessa e articolata visione Ontologica e Metafisica della filosofia buddhista, non in termini fisici o visivi, quanto in termini di “energia”. Dal punto di vista poi di chi percepisce, quindi dal soggetto, vivere questo “stato di mezzo, di passaggionon è definibile tramite concetti come visione, percezione e nemmeno esperienza.

Non può intendersi quale “visione” perché, se vi fosse visione occorrerebbe guardare, e guardare è, di per sé, un modo estroverso di separare sé stessi da ciò che si sta osservando. Non è possibile definirlo come “percepire” perché, se si introducesse questo elemento nel proprio sistema, ciò determinerebbe di nuovo, una relazione di tipo dualistico e dunque una separazione. Non si può nemmeno definirla in quanto “esperienza” perché, se vi fosse qualcuno che guarda per dire che queste sono le sue esperienze, ancora si separerebbero queste energie da sé stessi. Infatti, il senso di questo “passaggio” che in una certa qual misura sento di aver vissuto, le “visioni” che si sviluppano lungo lo “stato di bardo”,  i colori, i suoni, le “emozioni” vivaci che le accompagnano, non sono fatti di sostanza che debba venire alimentata da chi li percepisce ma si manifestano spontaneamente, come espressione del silenzio e della vacuità.

Chiudendo questa parentesi che spero sia riuscita, attraverso una sommaria e totalmente “volgare” spiegazione del concetto di Bardo, a descrivere un pò meglio le sensazioni di cui mi è rimasta traccia, torno per concludere, a ciò che in me è rimasto di quegli ultimi istanti di oblio quasi totale e che hanno preceduto la ripresa del mio stato di coscienza “normalmente intesa”.

Pian piano, infatti, ricordo di aver percepito attraverso gli occhi chiusi una luce e di aver visualizzato nella mia mente un’immagine (che riporto sotto): una foto della mia splendida famiglia, Giulia, Noah e Me abbracciati con alle spalle uno dei tanti meravigliosi tramonti vissuti in questi anni .

Poi, ricordo di essere “riemerso” del tutto e di esser tornato a sentire nuovamente e questa volta limpidamente le voci dei miei cari colleghi, mentre il sospiro, sebbene lieve ed incostante, tornava ad essere visibile a me stesso. I suoni o, meglio, il volume delle parole che ruotano attorno a me aumentano di intensità sino a divenire urla di paura. Percepisco le mani che si poggiano sul mio corpo per scuotermi come piume che accarezzano il viso. Tutto è leggero, delicato, assolutamente inconsistente ed etereo.

Lentamente rinvengo, e ricomincio a vedere i colori della realtà. Vedo il mobile nero davanti ai miei occhi, delle gambe, vedo il volto di Lia e di Angela, sempre la mia dolce collega che qualche minuto prima avevo fatto ridere con una delle mie solite stronzate. Mi chiama dolcemente ma spaventata. Alzo gli occhi e cerco il suo sguardo, e finalmente pronuncio le mie prime parole, che non credo potrò mai più dimenticare per la carica di terrore che sentivo mentre le pronunciavo:

“Angioletta cosa sta succedendo? Cosa MI sta succedendo? Come faccio con Noah!”

Sento angoscia e panico davanti ad un qualcosa che mai, mai, mai avrei pensato di vivere, come nessuno d’altronde! Sono ancora a terra, mi volto e vedo tutti lì, increduli quanto e, forse, più di me. Mi chiedono come sto. Ricordo di aver risposto di stare bene, perché effettivamente così mi sentivo. Si, avevo sbattuto la testa, ma il mio corpo non avvertiva nessun fastidio, come in effetti è stato. Nessun preallarme di alcun genere, niente. Tutto in un attimo così fulminio, irriconoscibile al pensiero e al Tempo.

I colleghi chiamano l’ambulanza. Io non sono convinto, ma mi affido, chiedo consiglio. Tutti concordi. Capisco di non esser in grado di prendere la decisione migliore per me. Mi lascio guidare…

Passano diversi minuti prima dell’arrivo dei medici. Io resto lì a terra, questa volta intontito ma “presente” e consapevole. L’unico pensiero è rivolto al mio piccolo bimbo, alla mia Giulia e alla mia immensa, straordinaria famiglia. Ho paura, non capisco cosa sia successo e questa idea non mi dà pace, come l’oblio dal quale provengo. Sento che qualcosa non va, ma non riesco a darmi una risposta. Mi sento fragile, vulnerabile e totalmente esposto, come mai mi sono sentito in vita mia.

Arriva l’ambulanza.

“Lo portiamo al “Cannizzaro” dicono. Ed io al Cannizzaro non ho mai avuto belle esperienze.

Ho paura, ma cerco di tranquillizzarmi dicendomi che, di certo, non sarà nulla di grave. Tutto tornerà presto come prima, nessun problema. Solo un piccolo e breve intoppo.

“Sei troppo stanco Luca, devi lasciare andare un po’ le cose!”

mi dice il mio caro amico e collega Nicola. Ascolto queste parole, stordito e confuso e poi mi lascio trasportare in barella, per la prima volta nella mia vita, dentro l’ambulanza. Tutto strano, inspiegabile. Mi ripeto ancora una volta che sicuramente non sarà nulla. Uscendo dall’ingresso dell’azienda, faccio un sorriso al mio grande amico Luca che mi guarda preoccupato, ma che tenta attraverso un piccolo ghigno di darmi forza. Penso alla mia Mamma, la prego di aiutarmi mentre le sirene si fanno largo in mezzo al traffico e mi portano lì, dove tante volte sono stato, ma mai con me come protagonista della storia.

C’è sempre, purtroppo e per fortuna, una prima volta!

Lascia un commento