2.1 La Diagnosi – Paura e Delirio al Cannizzaro – Pt.1 – 16/02/2024

“Oh Luca, fino a due ore fa ti sentivi forte, potente, (con un po’ di presunzione) fisicamente invincibile. Che ci fai qui su questa lettiga, al centro di un Pronto Soccorso con tutti i medici che ti guardano sospettosi e “preoccupati”, come mai ti è capitato prima?!“.

É una domanda banale, stupida quella che mi frulla in testa dopo esser stato trasportato d’urgenza in Ospedale e aver fatto la TAC Encefalo successiva alla Crisi, a quel momento di Buio (clicca per leggere il primo articolo e capire perché mi trovo qui), di poche decine di minuti prima. Ma tant’è…non riesco ad eliminarla dai miei pensieri. Mi vedo lì, seduto in mezzo ad una sala dalla quale mi sento estraneo, come credo tutti si sentano quando improvvisamente vengono allontanati dalla vita “normale”, “tradizionale” restando lì in bilico, anche in questo caso, tra due stati contrapposti ma che in realtà si fondono in un rapporto simbiotico, di scambio omeostatico tra due condizioni esistenziali antitetiche, eppure, intrinsecamente fuse e mescolate tra loro: salute e malattia. Qualche ora prima sei “sano”, qualche ora dopo tutto cambia ed inizia questo strano e delicato viaggio/passaggio verso lo stato di “malato”.

Sono in Pronto Soccorso ormai da un’ora. L’elettrocardiogramma restituisce un quadro cardiaco ottimo, quello di un uomo di trentasei anni che fa sport e che al netto di qualche sigaretta ogni tanto sembra(va) essere in perfetta salute. È chiaro quindi che il problema lo si stia ricercando altrove. L’attesa del referto della TAC, che pensavo servisse solo per scongiurare problemi derivanti dall’aver sbattuto la testa, diviene quindi preminente per scacciare qualsiasi dubbio o paura e tornare a casa, subito, immediatamente.

D’altronde ne sono certo: quella crisi, quello strano ed inverosimile momento di assenza vissuto in ufficio, sarà stata senz’altro dovuta semplicemente allo stress degli ultimi mesi, legato alla gestione incrociata dei tanti fattori che si sono intersecati tra di loro: i ritmi frenetici che caratterizzano la quotidiana vita familiare, la salute e le esigenze di gestione del mio anziano e malato – per l’appunto – Papà, il lavoro con le mille attività da svolgere…

Insomma, le cose che viviamo tutti, ma che magari in certi momenti assumono dimensioni eccessive rispetto al tempo e all’energia che ci resta in corpo. Infatti, mi sento sereno, quasi disinteressato all’attesa del referto. Mi ripeto che sono “giovane” (anche se sempre meno), seguo un’alimentazione sana, mi alleno quattro volte a settimana e sino a due ore prima non ho mai avvertito alcun disturbo o problema, anzi, chi mi conosce sa quanta energia emano, tanta da non riuscire a contenerla il più delle volte.

Sono seduto sul lettino dove mi chiedono più volte di rimanere. Vorrei alzarmi, ma me lo impediscono. Accanto a me una signora anziana e con, di certo, un grado di demenza senile importante mi parla incessantemente, ripetendo, quasi come fosse stata capace di leggermi nella mente, le medesime parole che, come ho scritto poco sopra, caratterizzano i miei pensieri:

“Giovanotto, ma che ci faccio qui? Io sto bene. Stamattina i miei figli mi hanno portato qui, ma io voglio tornare a casa, non ho nulla. Sto bene giovanotto, sto bene. Ti sembra giusto che io sto bene e mi costringano a restare qui?”

Come darle torto! La guardo e le sorrido cercando di tranquillizzarla, lei però non sembra molto ricettiva e continua a farfugliare qualcosa mentre tento di parlarle, così nel frattempo provo a mettermi in contatto con la mia Giulia e le mie sorelle che attendono notizie al di fuori del Pronto Soccorso. Chiaramente sono spaventate dalla chiamata ricevuta dai miei colleghi e dalla conseguente corsa in ambulanza ma, come me, attendono solo che qualcuno confermi che tutto sia ok, che niente è stato rilevato. Non ci si aspetta nulla di diverso da questo, lo sappiamo, lo sentiamo tutti bene (il classico e sano pre-giudizio di difesa/scaramanzia, che almeno un po’ ci porta a pensare che: “a noi non succedano certe cose”!) ed emerge chiaramente dal tono dei nostri scambi: si, chiaro, c’è apprensione perché questo “svenimento” (così in realtà lo intendevamo) è stato strano per carità, ma non sono né il primo, né l’ultimo al mondo ad averne avuto uno, può succedere, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Mi metto a sedere sul lettino incrociando le gambe e approfitto del tempo a disposizione per scrivere qualche appunto di lavoro sul cellulare che scambio con i miei colleghi: devo completare un lavoro importante in vista di un evento del prossimo mese a cui tengo tanto. Sono assorto e concentrato, quasi del tutto estraniato dal contesto. Sento solo un leggero fastidio alla nuca dovuto alla botta successiva alla caduta, ma nulla di che, non ci faccio nemmeno caso. Approfitto anche dell’attesa per inviare una foto stupida attraverso cui provare a tranquillizzare in qualche modo, parenti e colleghi (anche se non bella, la riporto qui sotto come testimonianza fotografica ).

Mi trovo talmente dentro la mia “bolla” che non mi rendo conto che la Dottoressa mi sta raggiungendo presso il mio lettino. Quando arriva, infatti, faccio quasi un balzo in aria dalla sorpresa. Si avvicina e le sorrido, sereno, non un’ombra di preoccupazione attraversa il mio cuore. Spero solo che le dimissioni siano rapide e mi lascino tornare a lavorare, consigliandomi magari di fare qualche ulteriore controllo di routine che, inevitabilmente, ho trascurato nel corso dell’ultimo anno.

Poi inizia, inesorabile, come un treno:

“Milazzo, è arrivato il referto della TAC dalla quale si evidenzia una massa tumorale nel Lobo Temporale Destro: sospettiamo un Meningioma di circa 3 cm, che potrebbe essere la causa della crisi comiziale, ma non si preoccupi…”

La mia mente non incamera più parole, non sente più nulla. Sprofondo nuovamente nel buio, ma questa volta in uno stato di piena coscienza, sotto la luce bianca e pallida di una stanza fredda e rumorosa, caratterizzata solo da tanto, infinito dolore. I miei pensieri si perdono e vengono invasi da una fitta coltre nera che attanaglia e stritola ogni piccolo, minuscolo sentimento ed emozione “positiva”. Sento gli occhi che si sgranano oltre ogni limite, inizio a sudare freddo, mentre la gola si asciuga sino a farmi male. Guardo la Dottoressa attonito, terrorizzato. Non capisco più nulla e sperimento, forse per la prima volta in vita mia, un senso di panico profondo unito ad uno sconforto inestinguibile, infinito ed ingestibile. La mia solita razionalità, la mia proverbiale logica e la mia capacità di mantenere fermo il controllo dei miei stati mentali, delle mie emozioni svanisce del tutto, si perde nel nulla lasciando spazio solo ad ansia e angoscia che, come liquidi velenosi, permeano e si insinuano attraverso ogni piccola fessura della mia anima. Mentre Lei, la Dottoressa, tenta in qualche strano modo di tranquillizzarmi, giro confusamente gli occhi e la testa in tondo, tentando di riprendere contatto con i miei pensieri, con il Luca che conosco. Ma niente, Lui, in quel momento non c’è, non è pervenuto.

Poi riesco solo a dirle d’impulso e urlando:

“Sta scherzando? Sta sbagliando? La prego, mi dica solo che sta sbagliando. Non può essere vero!”

Ma Lei no, non sta affatto scherzando ed i suoi occhi, oltre che le sue parole, non mentono. Sento immediatamente sorgere un odio profondo verso la “freddezza” che scorgo sul suo viso, verso quella persona che, so bene non c’entri nulla ma che in un attimo, una misera frazione di secondo, ha totalmente capovolto senso, sogni ed obiettivi di una Vita. Immediatamente il mio pensiero si rivolge verso Giulia&Noah (li scrivo così, insieme poiché per me entrambi sono un tutt’uno, inscindibile e duplice nelle sue parti, che si co-implica):

“Mah, come faccio? Sto morendo? Quanto mi resta da vivere…come faccio. Il mio bimbo ha solo tre anni. Come posso lasciare Giulia&Noah, cosa devo fare? Si dimenticherà di me…”

Quelle parole, quelle domande “inutili”, “stupide” e “mal poste” iniziano a dissolversi in un pianto isterico e violento, come mai vissuto nel corso della mia vita. Le mie urla investono l’intero Pronto Soccorso e lasciano spazio a rabbia, frustrazione, paura e delirio allo stato puro. Inizio a farneticare che non sia possibile, che non voglio morire, che voglio solo crescere il mio bambino, nient’altro. Le urla aumentano, vedo gli altri osservarmi con commiserazione e pietà, forse anche fastidio, ma per una volta nella mia esistenza non me ne curo e lascio uscire dal mio petto stritolato da quella notizia tutto il terrore che sento, senza porvi alcun freno, nessun limite. La Dottoressa è ancora lì accanto a me, prova in qualche modo a calmarmi, poi mi blocca il braccio chiedendomi se c’è qualcuno fuori che mi aspetta. Le rispondo di sì e va via, lasciandomi seduto, disperato su quel letto ad urlare. La vecchietta di fianco, nel frattempo, continua a parlarmi, del tutto incurante della mia disperazione. Io la osservo sconvolto e tutto ciò che riesco a pensare, in un attimo, è quanto sia stata fortunata ad arrivare a quell’età e al perché a me, la Vita, all’improvviso mi stia togliendo la stessa possibilità.

Vedo tornare la Dottoressa e capisco dai suoi occhi che non sia riuscita a trovare Giulia e le mie sorelle. Le mani tremano, ma gli automatismi della mente (benedetto pilota automatico!) riescono ad effettuare la chiamata. Ho memorie confuse di quegli istanti, infatti non ricordo, ho rimosso a chi abbia chiamato, ma sono perfettamente stampate nella mia mente le parole che ho usato, disperandomi:

“Per favore entrate, ho bisogno d’aiuto, c’è qualcosa, hanno trovato qualcosa!”

Passano pochi istanti e vedo entrare trafelate e di corsa: Giulia, Maria Paola ed Anna. Non appena le scorgo valicare l’ingresso, il pianto aumenta di intensità e con esso le urla e la disperazione che accompagna ogni piccolo istante che ha caratterizzato quei minuti: infiniti, eterni. Le ragazze non riescono a raggiungermi perché vengono fermate dalla Dottoressa che tenta, in qualche modo nel mare caotico e funesto delle mie urla che investono tutto e tutti, di spiegare la situazione. Poi una di loro, dopo aver ascoltato sommariamente la Dottoressa si sgancia e viene verso di me che, nel frattempo, mi ero piegato sul lettino in due dalla disperazione. Non ricordo chi sia stata la prima a raggiungermi perché i miei pensieri, la mia mente non esistevano, piombati com’erano in uno stato di terrore paralizzante che non ero in grado di contenere. Ho gli occhi aperti, parlo, tremo, ma in realtà non ci sono, sono nascosto dietro quel buio all’interno del quale sono tornato, questa volta per ripararmi e difendermi. La paranoia ha assorbito ogni pensiero.

Non riesco a fare altro che piangere e urlare quattro, semplici parole, che ripeto all’infinito, compulsivamente, ossessivamente:

“Voglio solo crescere Noah! Voglio solo crescere Noah! Voglio solo crescere Noah!”

Qualcuno mi abbraccia, credo Anna sia stata la prima, poi le altre, ma non riesco più a mettere a fuoco quelle immagini. Un filtro nero aveva ormai avvolto i miei occhi e la mia mente che non trova pace. Piangono anche loro ma cercano in qualche modo, goffo e angosciato di tranquillizzarmi e darmi speranza. Torna la Dottoressa ed io pian piano rientro in me stesso, mi calmo, affogando le lacrime e tentando, malamente, di darmi di nuovo un contegno dopo i minuti di psicosi e delirio attraversati. Questa volta la lascio parlare in silenzio e la osservo come si scruta un nemico, chi è venuto a fornirti una sentenza di morte:

“Facciamo così Luca, ora vai a casa, ti rassereni e torni domani all’ora di pranzo. Ho prenotato per le ore tredici la Risonanza Magnetica così da caratterizzare meglio questa massa ed avere una diagnosi più precisa. Cerca di stare tranquillo e di riposare. Ci vediamo domani”.

Tranquillo, riposare. Termini e concetti di cui in quel momento avevo del tutto smarrito il significato, l’idea. Non so come sia successo, ma in un modo o nell’altro, dopo quelle parole riesco ad indossare una corazza, asciugo le lacrime e mi metto in piedi come se nulla fosse successo.

Vedo le mie sorelle, la mia Giulia e la mia cara cugina Maria Cristina – che nel frattempo ci aveva raggiunti – distrutte come e più di me, che camminano lì, tutte strette al mio fianco, mentre faticosamente e quasi trascinandoci tentiamo di raggiungere l’uscita del Pronto Soccorso. Vorrei poterle tranquillizzare come sempre cerco di fare, attraverso una battuta, una risata. Forse ho pure provato a farlo, ma credo proprio di non esservi riuscito. Sono ancora bloccato dentro me stesso e non faccio altro che ripensare alle parole che da sempre mi sono sentito dire un po’ da ogni componente della mia grande famiglia: “Sei il bastone della nostra vecchiaia”, per via dell’età avanzata dei miei genitori al momento della mia nascita e del mio essere arrivato ben tredici anni dopo il mio fratello più vicino, Claudio. Curioso e ironico come questo bastone, oggi, si sia spezzato così, d’improvviso, sorprendendo tutti, soprattutto sé stesso.

Mentre esco da quell’ambiente e mi muovo attraverso quei lettini, sento una parte di me che un po’ si vergogna della reazione di qualche minuto prima, giudicandola eccessivamente emotiva, impulsiva e violenta. È quella stessa parte che mi dice anche che sarebbe stato da “uomo forte” (come dicono alcuni – con i quali però oggettivamente non sono mai stato concorde) mantenere un contegno, riuscire a restare composto nel momento in cui il pugno mi colpiva in pieno volto, così da dare e darsi coraggio. Attraverso il mio soliloquio, la mia arringa difensiva, mi rispondo che: “L’ho fatto, l’ho fatto tante altre volte”, ma questa volta non ne sono stato capace, non ci sono riuscito. Decido quindi di “perdonarmi” e di farmi una carezza per una volta: troppo forte, improvvisa ed inaspettata è stata la botta.

Giunto al di fuori del Pronto Soccorso ed in uno stato di totale abbandono e sconforto sento freddo, un freddo stranissimo che permea ogni piccolo, minuscolo millimetro del mio corpo.
Ci accovacciamo tutti su di un piccolo muretto che cinge i posteggi riservati alle ambulanze. Non piango più, le ragazze mi guardano cercando, vanamente, di farmi forza. Penso a cosa debba fare, come se avessi chissà quali e quante scelte davanti. Maria Paola mi offre una sigaretta, l’accetto volentieri sotto lo sguardo giudicante ed un po’ arrabbiato di Giulia.

La guardo e le dico:

“Tanto…a questo punto che può farmi!”.

Non sono lucido, ma capisco chiaramente di non essere in grado di andare subito a casa ed incontrare Noah che a breve uscirà dall’Asilo. Mi sento in colpa per questo, davvero un verme, ma mi viene spontaneo e naturale difenderlo anzitutto da me stesso e dal mio stato emotivo, troppo scosso e violento da sottoporre ad un piccolo cucciolo di poco più di tre anni. Confrontandomi con Giulia e le mie sorelle decido dunque di andare, come sempre nei miei momenti di crisi esistenziale, da Maria Paola per tranquillizzarmi prima di provare a tornare a casa dal Nano, mentre Giuli, la mia dolcissima compagna di vita, si occuperà di lui.

Mari, la mia “Palla Palla” (come la chiamavo da bimbo e come attualmente la chiama anche il mio piccolo Nanetto), è il mio pilastro, quella pietra su cui ho edificato tutto ciò che ho fatto nella mia vita. Quando tutto crolla attorno a me, lei è sempre lì, stabile e solida al mio fianco, pronta a sostenermi e darmi forza, coraggio, ma anche dolcezza e tenerezza, così come cerco di fare anche io per Lei nei suoi momenti bui. Questa volta, però, la vedo vacillare un attimo, non si aspettava – nessuno di noi poteva farlo – di ricevere uno schiaffo così forte ed improvviso.  Lei, che è sempre stata “una seconda Mamma”, soprattutto dopo la scomparsa della “prima”, ha rappresentato il nido in cui ho sempre trovato conforto e protezione nei momenti difficili (fino a quel momento sinceramente mai così tanto difficili). Entriamo in macchina e si percepisce chiaramente quanto siamo sconvolti. La sua voce trema, nettamente provata e spaventata, ma ancora una volta tenta di darmi coraggio spronandomi a non mollare adesso, a mantenermi eretto, sul pezzo:

“Luca, è troppo facile morire. È più difficile vivere! E tu sei forte e sai affrontare solo cose difficili. Forza, ancora non è detto nulla!”

La guardo e le sorrido pronunciando un semplice:

“Già…”

Poi, credo che le gocce di tranquillante che la Dottoressa mi ha dato al momento di queste “dimissioni temporanee”, abbiano iniziato a fare effetto, addormentando gran parte delle irruenti emozioni che avevano caratterizzato quei momenti, assopendo il livello di coscienza e consegnandomi ad uno stato contemplativo e passivo di esistenza. Ho difficoltà, infatti, adesso a ricostruire i fatti e mi sembra un po’ strano adesso notare come abbia rimosso dalla mia mente molti ricordi legati a quegli istanti. Ne ho una visione offuscata, confusa e annebbiata. Ma si sa…la psiche va in protezione in occasione degli shock e, forse, da un lato, è proprio un bene che sia così.

Fatto sta, che mi ritrovo a casa di Mari, abbracciato alla mia dolce nipotina Claudia, colpita anche lei dalla notizia e dal panico che d’improvviso ha avvolto la mia famiglia. Lei, però, mi trova placido, quasi rassegnato e questo mi consente in qualche strano modo di provare a farla stare tranquilla.

Mangiamo qualcosa che non ricordo più, provando a far finta che tutto sia ok.

Andrà tutto bene, non sarà niente…”

Ripetiamo come un mantra questa frase per tutto il tempo, prima di tuffarci insieme sul divano.
Non so come ci sia riuscito, ma credo di aver dormito quasi tutto il pomeriggio, ma anche qui, non so se credere realmente in ciò che sto scrivendo, poiché ne ho un ricordo sbiadito, lontano e confuso. È come se quel tempo, quelle ore in realtà non le abbia vissute realmente, quasi come le avessi sognate o vi fossi planato sopra. Ho difficoltà, fortissima difficoltà oggi nel ricostruire alcuni passaggi, ma alla fine, in un modo o nell’altro, faccio ritorno nel tardo pomeriggio a Casa con il mio bimbo di nuovo al mio fianco.

Sono nervoso, confuso e stordito. Mentre provo a giocare insieme a lui, come sempre facciamo, lo guardo e piango a dirotto – ma dentro di me questa volta. Le stesse urla, la stessa disperazione che qualche ora prima trovava spazio ed il suo palcoscenico tra le mura del Pronto Soccorso, adesso, mentre mi trovo davanti a lui che gioca e ride spensierato insieme a me, riecheggiano solo all’interno della mia mente. Il frastuono, il caos è il medesimo, probabilmente anzi ancor più forte, ciò che cambia questa volta è lo spazio che le contiene: ineffabile, fragile ed intangibile. Cerco di dissimulare, ma le lacrime non si curano dei miei sforzi e, per quanto provi a contenerle, escono libere costringendomi di tanto in tanto a “nascondermi” per celare al mio Noah la preoccupazione derivante dall’attesa. Nonostante i pensieri più brutti affollino caoticamente la nostra mente, proviamo insieme a Giuli a far finta che tutto sia normale, che nulla stia accadendo dedicandoci al bambino con la stessa attenzione, dedizione e allegria che impieghiamo ogni giorno da quando è nato. Lui è il fulcro di tutto, anche oggi, soprattutto oggi. Poi lo mettiamo a letto ed iniziamo ad organizzare il giorno dopo. Giornata complicata, complicatissima.

Come spesso mi accade, infatti, le cose non vengono mai da sole e per introdurre un ulteriore livello di difficoltà nella gestione di questa “improvvisa tragica giornata”, già da qualche giorno avevo organizzato per l’indomani (quello che sarebbe dovuto essere un sabato mattina come tantissimi altri!) la vendita della mia macchina. L’acquirente è un ragazzo Sardo, Daniele di Sassari, con il quale da giorni avevamo organizzato per filo e per segno il momento del passaggio di proprietà (voli arei, documenti, trasporto via nave, ecc.). Tutti mi spingono ad annullare la cosa, spiegando quanto fosse accaduto, ma non lo trovo corretto e anche se l’organizzazione è complessa mi sforzo, con le poche energie cognitive rimaste, di trovare una soluzione che mi consentisse di “chiudere” come programmato questo discorso. Lui sarebbe atterrato alle 10.30 ed entro mezzogiorno avremmo dovuto effettuare il passaggio di proprietà in Agenzia. Poi, di volata avrei dovuto raggiungere nuovamente l’ospedale per fare la Risonanza. Attraverso il coinvolgimento e l’aiuto di Giulia, di mio cognato Gianfranco e della mia dolce sorellina Anna, riesco ad organizzare il tutto, incastrando in qualche modo tutti gli elementi in gioco: Gianfranco andrà a prendere il ragazzo in aeroporto e lo porterà in Agenzia, nel frattempo con Giulia lasceremo Noah da Anna ed insieme, con le due macchine, ci dirigeremo verso l’Agenzia, dove incontrerò Daniele, gli farò provare la macchina ed effettueremo il passaggio di proprietà. Dopodiché andremo speditamente in ospedale per fare la Risonanza, mentre il Nano trascorrerà il resto della giornata tra le braccia e l’amore infinito della Zia.

Definito ogni dettaglio, provo a spegnere il mio cervello e ad addormentarmi. Sono stanco, stravolto e davvero provato da quell’intensa giornata e sebbene l’effetto delle gocce sia ormai svanito ed un sentimento di ansia, angoscia e paranoia caratterizzi ogni mio piccolo pensiero, riesco miracolosamente ad addormentarmi cadendo in un sonno profondo, quasi catartico.

Mai come la sera di quel venerdì 16 febbraio 2024 ho chiuso gli occhi guardando in faccia la morte, parlandole e pregandola di lasciarmi stare, di lasciarmi li, vicino al mio bimbo e al fianco della mia Giulia. Poi, dopo averla guarda un’ultima volta dritta negli occhi, dolcemente mi sono lasciato andare, scivolando tra le braccia di Morfeo e preparandomi, inconsciamente, alla battaglia che di li a poco avrebbe avuto inizio.

….CONTINUA!

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