2.2 La Diagnosi – Paura e Delirio al Cannizzaro – Pt.2 – 17/02/2024

Apro gli occhi e pian piano mi sveglio.

I primi secondi, in questi casi, sono i più “belli” poiché, anche se solo per un attimo, non “ricordi” angosce e paure che hai lasciato alle spalle il giorno prima (clicca per scoprire cos’è successo nella prima parte). È una nuova giornata, con nuove prospettive e nuovi sogni. Poi però subentra la memoria, la coscienza e la consapevolezza della realtà e riecco emergere i problemi che avevi accantonato mentre chiudevi gli occhi.

Una volta riemerso dal sonno, tento in modo maldestro ed impacciato di restare sereno e di iniziare la giornata insieme al mio biondino preferito con il sorriso, come sempre facciamo. Non è facile e non sono bravo a dissimulare, soprattutto nei confronti di me stesso. Mi sento fragile e vulnerabile e non faccio altro che pensare alla mia Mamma che ormai, da oltre diciassette anni ci ha lasciati, anche lei per un brutto problema Neurologico. Le rivolgo i miei pensieri e sento il bisogno di scriverle una sorta di preghiera, affinché mi riaccolga nel suo abbraccio, mi aiuti in un momento così difficile. La mia “ragione”, la mia amata logica , mi fa pensare a quanto possa essere “inutile” quel gesto, quello scriverle, quel cercare disperatamente le foto che mi ritraggono tra le sue braccia, ma nel farlo trovo conforto, un calore derivante dal riavvicinarmi a Lei, se non altro da un punto di vista intellettivo e spirituale. Cerco quindi un posto isolato dal frastuono di casa inizio a scriverle:

Oggi ho tanto bisogno di rimettermi tra le tue braccia Mamma, ho bisogno di risentirCi e percepire il calore infinito di un sentimento eterno, capace di andare al di là della temporalità e di questa fragile fisicità. Guidami ancora una volta e sostieni i miei pensieri affinché possa ritrovare insieme a te la serena accettazione del reale, senza fuggire da essa, ma accogliendola, riuscire ad accompagnarla verso i miei, i nostri desideri. Sono nuovamente così, abbandonato tra le tue braccia che mi cullano e che sono certo saranno capaci, ancora una volta, di asciugare ogni lacrima e alleviare l’anima.”

Inizio a piangere senza freni mentre osservo quelle foto, ma immediatamente dopo aver finito di scrivere quelle poche parole mi rassereno, trovo una pace, forse anomala, che però mi restituisce la possibilità di affrontare tutto ciò che la giornata mi dirà, accettando, per l’appunto la realtà come sempre Lei mi diceva di fare così da non scontrarmi con essa, ma accogliendola, agevolarne il corso, divenendo, attraverso il cammino che si verrà a delineare parte di quel meraviglioso movimento e “processo” che è la Vita.

Le tante cose da fare agevolano, almeno in parte, la gestione dell’attesa. Grazie alla minuziosa organizzazione pianificata la sera prima, riusciamo a fare tutto ciò che ci eravamo proposti, nei tempi e nei modi stabiliti. Saluto Noah a casa di mia sorella. Quello è stato senz’altro il momento più complesso e duro. Sebbene tutti mi dicessero il contrario, io temevo e sentivo che sarei stato ricoverato e che quel giorno non sarei tornato a casa. Lo abbraccio quindi forte e provo, in maniera maldestra, ad accennargli qualcosa:

“Papà oggi va via per lavoro e probabilmente stasera non dorme a casa, ma torno presto. Ok amore mio? Tu, nel frattempo, divertiti un mondo con la Zia Anna, ascolta ed aiuta la Mamma. Ok paperino mio?”

I bambini sono molto più avanti di noi, capiscono tutto senza bisogno di parole o di sguardi. Le cose le percepiscono a pelle, le interiorizzano senza drammi o grandi spiegazioni, “basta” mostrarsi sereni. Infatti, non mi risponde. Mi da un bacio e mi abbraccia, poi torna a giocare con i gatti della zia Anna. Io e Giulia andiamo. Il momento della Risonanza finalmente sta arrivando.

In Ospedale non siamo soli, tutt’altro. Insieme a noi ad attendere ci sono Simo, la sorella di Giulia e le mie cugine: Mary e Martina, sempre al nostro fianco. Ridiamo e scherziamo in attesa di esser chiamato. Sembra essere uno di quei momenti che non arriva mai, ed invece, dopo diverse attese in tante zone diverse, mi ritrovo da solo in una piccola stanzetta antistante la camera dove si effettuerà la Risonanza Magnetica. Non ne ho mai fatta una, ma ricordo anche in questo caso la mia Mamma che proprio in occasione della sua malattia ne parlava con terrore e angoscia:

“Non voglio entrare in quel tubo”, diceva.

Finalmente vengo chiamato da un infermiere che si dimostra davvero molto gentile e accogliente. Mi spiega tutto con estrema calma e pazienza, chiedendomi di restare il più fermo possibile così da non inficiare l’esame. Durerà circa un’oretta, qualcosa in meno se riuscirò a restare immobile. Mi dice che rientrerà nella stanza solo per somministrami il liquido di contrasto. Mi tranquillizza e mi fa sorridere. È bravo ed empatico come pochi tra quelli che ho incontrato in quelle ultime quarantotto ore. Gli ho voluto bene in quei minuti.

Dopodiché mi sdraio, mi immobilizzo e mi lascio andare con fiducia ed un pizzico di sana e salvifica curiosità verso questa nuova esperienza. Il lettino si muove, prima verso l’alto, poi all’indietro entrando all’interno di questo “tubo” che un po’, devo essere sincero, mi affascina. Penso alla tecnologia che vi sta dietro, al grado di sofisticatezza di quello strumento e come, in fondo, dovremmo sentirci fortunati nel poter disporre di queste risorse che consentono cose impensabili sino a poche decine di anni fa. Pian piano entro sempre più in profondità sino a che tutto si ferma ed iniziano quegli strani, molesti e confusionari suoni che in effetti – la mia Mamma aveva ragione – fanno un po’ di paura. Nonostante non sia bravo in questo mi impongo di non concentrarmi sull’angoscia derivante da quei rumori, ma anzi di sforzarmi nel convertirli in un qualcosa di piacevole e gestibile lungo l’attesa che mi separa dalla fine dell’esame:

“Trasformali in musica, in ritmo. Divertiti Luca. È la tua prima Risonanza. Se ti concentri troverai qualcosa di bello anche in questo!”

Beh, stranamente ci sono riuscito.

Chiudo gli occhi e inizio ad incamerare ed analizzare ognuno di quei suoni. Ho la percezione, quasi l’impressione di trovarmi all’interno di una nave da crociera in cui si sta svolgendo un rave party con musica techno, genere che detesto, ma che mi sforzo di apprezzare in quel contesto. I ripetitivi, meccanici e dissonanti suoni che emergono da quella macchina divengono spunto per la creazione all’interno della mia mente di ritmi definiti e simmetrici con i quali gioco trovando spunti per distarmi e viaggiare con la mente, allontanandomi da quel luogo e da quel contesto. Sorrido dentro, immobile ma pienamente. Penso ai miei amici Luca e Pippo (Il mio maestro di batteria) e a quanto avrebbero trovato interessante quel tempo dispari che stavo tenendo nella mia mente: una specie di 7/8 scomposto ed irregolare. Dal nulla poi tutto si ferma, entra qualcuno e mi dice che mi sta inserendo il contrasto. Ho paura ad aprire gli occhi. Temo di uscire dal mio loop. Resto quindi fermo e con gli occhi totalmente chiusi. Faccio finta di niente.

“Manca pochissimo, una decina di minuti. Sei stato bravissimo. Resta fermo, così completiamo”

In effetti sono di parola. Passano dieci minuti e finalmente, dopo circa un’ora piena di un infernale ed industriale ritmo incessante, mi fanno uscire dal “tubo”. Mi sento immotivatamente “euforico”, quasi di buon umore. Torna a farsi viva quella sensazione di sano distacco dalla situazione. Sento l’aiuto della mia Mamma che tanto ho invocato le ore prima, sento che sto iniziando ad “accettare” la realtà o perlomeno di provare a predispormi ad essa, qualunque sia e da qualsiasi cosa sia caratterizzata.

Vengo portato nuovamente in Pronto Soccorso, dove mi attende la stessa Dottoressa del giorno prima. Questa volta resto in piedi, non ho un mio posto. Vorrei uscire fuori dagli altri, ma non me lo permettono. Trascorsa una mezz’oretta abbondante, passata a passeggiare nervosamente avanti e indietro all’interno del corridoio che si apre davanti la scrivania in cui siedono medici ed infermieri, vedo gli occhi della Dottoressa cercarmi all’interno della stanza. Si alza e mi invita a sedermi.

“Preferisco stare in piedi”, le dico.

Lei però insiste e, nonostante non vi siano sedie o letti disponibili, chiede ad un infermiere di portarmi una sedia a rotelle.

“E’ meglio se ti siedi invece…” memore chiaramente della mia reazione del giorno prima.

Io però, contrariamente a ventiquattrore prima sono sereno, direi pacifico. Mi sento centrato e, quasi del tutto calato nella realtà che sto vivendo essendomi convinto dell’esigenza di trovare, in qualche modo, le forze ed il coraggio per poter affrontare qualsiasi cosa mi verrà detta al meglio, tanto per me, quanto soprattutto per gli altri che mi circondano e che inevitabilmente mi accompagneranno lungo questo percorso.

Le dico allora scherzando e accennando un piccolo sorriso:

Mi deve dare proprio una brutta notizia, evidentemente!”

Lei non batte ciglio, ma replica tempestivamente e con un pizzico di diffidenza:

No, in realtà ho chiamato il Neurochirurgo, sarà lui a spiegarti la situazione. Io adesso ti faccio sedere e ti accenno brevemente il risultato della Risonanza”.

Arriva nel frattempo la sedia. Scomodissima. Di quelle che prevedono un “buco” al centro della seduta (per le ragioni che è facile immaginare), rigida e dura. Insomma, non avendo possibilità di scelta mi siedo ma è come se fossi poggiato su di un cuscino di spine. Lo faccio più per lei a quel punto, che per me stesso.

Così inizia:

“Dunque…si tratta con ogni probabilità di un problema vascolare e non oncologico!”

La guardo dubbioso:

“Eh, ok. E questa è una bella o una brutta notizia?”

Come sempre fanno i medici, giustamente, in questi contesti non prende una posizione in merito. Mi guarda quasi intenerita e mi dice:

“Né bella, né brutta. Diversa. Ma stai tranquillo. Sta per arrivare il Neurochirurgo che ti spiegherà il tutto e ti darà gli elementi per valutare la situazione. Resta seduto e non ti allarmare. Anzi, se c’è qualcuno qui fuori fallo entrare così ne parlate insieme.”

Non sento particolari emozioni in quel momento. L’assenza quasi totale di informazioni e la mia ignoranza in materia è tale da non consentirmi in alcun modo né di preoccuparmi, né tantomeno di rilassarmi. Prendo il cellulare e chiamo Giulia chiedendole di entrare per farmi compagnia in attesa del Dottore che sta per arrivare. Maria Cristina, la mia dolce cugina medico, nel frattempo è andata via ma mi ha detto di chiamarla non appena avrei ricevuto notizie. Preparo quindi la chiamata e abbraccio Giulia che nel frattempo mi aveva raggiunto tutta spaventata. Provo a tranquillizzarla e la faccio sorridere con una delle mie cazzate e ci predisponiamo all’attesa.

Ad un tratto, dal corridoio dove pochi minuti prima percorrevo i chilometri si affaccia un Dottore che mi appare giovane o comunque vicino alla mia età. Ha un viso “buono” e “dolce” accompagnato da un tenero sorriso che ne caratterizza i movimenti della bocca durante l’eloquio. La Dottoressa gli fa cenno che sono io il paziente. Si avvicina e mi chiede di spostarci in una zona più riparata. Immediatamente faccio partire la chiamata verso Maria Cristina e gli spiego che vorrei condividere con lei le sue parole così da averne maggiormente contezza dato che si tratta di una “sua” collega.

Dopodiché inizia, inesorabile guardandomi negli occhi:

Dunque: dalla Risonanza Magnetica si evidenzia con ogni probabilità un Angioma Cavernoso, posizionato sul Lobo Temporale Destro, del diametro di circa tre centimetri e mezzo e che, presumibilmente, hai dalla nascita ma che con il tempo è cresciuto sempre di più sino a causare le crisi comiziali di ieri. Puoi scegliere ciò che ritieni più opportuno. Non hai l’obbligo di asportarlo, ma è come se vivessi con una bomba in testa, che, se scoppia rischia di provocare un danno enorme poiché potrebbe portare ad una forte emorragia cerebrale con tutto ciò che questo comporta. Pensaci, ma noi riteniamo opportuno suggerire il ricovero e la programmazione di un intervento di urgenza per la sua rimozione. Chiaramente, trattandosi del cervello i rischi collegati all’operazione sono tanti ed importanti. Valuta tranquillamente e tra qualche minuto ci comunichi la tua scelta.”

BOOM! Guardo Giulia, ha lo sguardo atterrito, terrorizzato. Io mi percepisco appena, ma questa volta resto calmo, centrato. Sento un improvviso calore che mi assale da dentro ed il battito del cuore che accelera all’impazzata. Resto fermo con lo sguardo sul Dottore e mi soffermo sul taschino frontale della sua maglietta dov’è riportato il suo cognome; “G. Umana” c’è scritto. “Che bel nome” penso, mentre lo osservo continuare a parlare al telefono con mia cugina. In quel momento sono troppo assorto rispetto a quello che mi ha detto prima per continuare ad incamerare informazioni. Sento e percepisco la paura che sale. D’impatto penso che “No, non voglio farlo”, che magari sto capendo male qualcosa, quindi mi riconnetto d’improvviso ed interrompendo il loro scambio irrompo nella conversazione:

“Ma quindi bisogna effettuare una craniotomia o è possibile intervenire per via endoscopica o comunque tramite metodi meno invasivi?”

Abbassa lo sguardo, quasi a voler nascondere la risposta, ma poi riemerge rispondendomi risoluto e guardandomi dritto negli occhi:

“Dobbiamo intervenire tramite craniotomia, non è possibile impiegare altre metodiche. La lesione è molto estesa e delicata. Si tratta di un intervento molto complesso, ma che effettuiamo spesso.”

Accolgo la notizia in maniera duplice. Le prime parole della Dottoressa di qualche minuto prima: “Si tratta di un problema vascolare”, infatti, mi avevano restituito la speranza che il tutto potesse risolversi “facilmente”, con magari una cura farmacologica mirata o comunque una sorta di terapia non invasiva e facilmente gestibile. Da questo punto di vista, quindi mi sento improvvisamente nuovamente sprofondare, ma non posso eludere un leggero senso di relax dato dall’aver scongiurato (quasi del tutto e almeno sino all’eventuale istologico che poi si dovrà effettuare) il pericolo oncologico.

Ringrazio il Neurochirurgo e resto pochi istanti al telefono con Maria Cristina, giusto il tempo di chiederle un parere e capire cosa ne pensa. Mi sembra tutto sommato serena e mi fa capire di trovarmi “nel posto giusto”, in quello che sembrerebbe essere uno dei punti di riferimento per la Neurochirurgia, almeno per ciò che concerne il Sud-Italia.

Abbraccio Giulia che mi sembra sconvolta e la invito a pensare agli aspetti positivi che iniziano ad emergere in questa vicenda. Dopodiché, però, inizio a tremare. Mi concentro per un attimo sull’operazione, su quanto mi appaia cruenta, dolorosa e violenta. Poi penso però di non avere alternative: di certo non è plausibile pensare di vivere con questa “bomba” in testa. Non so come, ma devo trovare le forze, il coraggio per affrontare tutto e resta quindi solo da decidere se rimanere lì o cercare altrove ulteriori soluzioni, ma quest’alternativa non mi convince per nulla. Vorrebbe dire ripartire da zero, ricominciare un percorso che nel bene e nel male ventiquattrore prima ho iniziato e che non so quanto senso possa avere abbandonare. Come sempre, quando occorre prendere tempestivamente una decisione, dopo averne parlato con la mia Giulietta, chiamo Maria Paola che nel frattempo purtroppo è costretta a lavoro, le spiego il tutto e le dico la classica, inequivocabile, lapidaria frase:

“Mari, che devo fare?”

La sua risposta un po’ mi spiazza:

“Aspetta, perché stiamo decidendo adesso cosa fare?”

“Beh, si, certo…” le rispondo aggiungendo immediatamente: “Facciamo queste chiamate per decidere quale macchina comprare e, secondo te, non ti chiamo per decidere se farmi operare d’urgenza al cervello?!”

Ci facciamo una bella risata nervosa, poi diveniamo seri e discutiamo, anche insieme a Giulia la situazione. Sembra esserci poco su cui riflettere in realtà. Gli elementi per decidere ci sono tutti: di certo non posso vivere con questa “bomba” in testa (soprattutto adesso che ha dato vita a questi attacchi epilettici), il reparto sembra essere affidabile e d’eccellenza ed in più, anche se volessi andar via da lì, obiettivamente, non avrei alcuna idea rispetto a dove andare.

Chiudo la chiamata e ricomincio a passeggiare nervosamente all’interno di quel corridoio. Ogni tanto i miei passi incrociano quelli di Giulia che vedo, sento e percepisco preoccupatissima ed angustiata. Mi tengo forte e aggrappato ai miei pensieri, questa volta con tenacia, senza sprofondare in facili ed inutili angosce. Sento l’esigenza di restare sul pezzo e proiettarmi verso questa incredibile ed inaspettata avventura che si sta aprendo davanti ai miei occhi.
Mi avvicino a Giulia, le prendo le mani e le dico:

Paperina mia, c’è poco da fare. Mi faccio operare. Andiamo a dirglielo”

Credo di non averle dato il tempo di controbattere o comunque di provare ad aggiungere qualcosa, perché immediatamente e con passo risoluto, anche se terrorizzato, mi avvio verso la Dottoressa che attende il mio responso per poter procedere con il ricovero. Mi sento per quel che mi è possibile sereno, rassegnato ma tranquillo come chiunque, d’altronde, si ritrovi davanti un’unica (o quasi!) strada da percorrere. Lasciandomi totalmente meravigliato, “l’operazione ricovero” si avvia in tempi rapidissimi.

Con la mia Giulia sempre a fianco, mi abbandono alle “cure” dei medici e degli infermieri che iniziano a martoriare la mia pelle predisponendo “accessi venosi” (che terminologia pazzesca questa…) ed esami vari, propedeutici al periodo di ricovero in vista dell’intervento . Fortunatamente sto bene, quindi mi sposto dal Pronto Soccorso al Reparto di Neurochirurgia (Blocco F2 – 8° Piano – Non lo dimenticherò mai) con i miei piedi. Non appena entro in reparto vengo condotto nell’ufficio dei Medici di reparto, dove ci aspetta nuovamente il Dott. Umana per la compilazione del foglio di Ricovero e della Cartella Clinica. Dopo aver risposto alle classiche domande di rito per lo sviluppo dell’anamnesi generale, inizio io ad interrogare il Dottore, per saperne di più e per soddisfare quella curiosità da “Neuroscienziato” che comunque percepisco, anche se questa volta si tratta del mio di cervello e non di quello di un emerito sconosciuto. Gli comunico infatti di “avere una certa contezza” dell’argomento neurologico e gli chiedo di rendermi più partecipe rispetto a quanto farebbe solitamente, perché so per certo che questo mi aiuterà nella mia rielaborazione dei fatti, nella loro comprensione e, quindi, nell’atteggiamento che potrò mettere in campo per affrontare la situazione a trecentosessanta gradi. Lui mi ascolta con interesse e dopodiché mi chiede di seguirlo dietro la scrivania per mostrarmi direttamente i risultati della Risonanza:

Tu sei mancino?”

“No, Dottore, sono destrorso. È questa oggi è la mia salvezza”.

“Si, esatto. Fortunatamente, infatti, l’ipotetico Angioma è localizzato nel Lobo Temporale Destro, in un’area, dunque, non eloquente nel tuo caso.”

N.d.A. In Neurologia per “Area Eloquente” si intende un’area della corteccia cerebrale associata con l’espressione diretta di una funzione, ad esempio quella motoria, visiva, del linguaggio, ecc. ecc. Nel caso specifico, nel mio caso quindi, la lesione è localizzata in una zona che è coinvolta per via indiretta a specifiche funzioni cognitivo-motorie, partecipando ad esse in maniera correlata ma indipendente e dedicandosi dunque allo sviluppo di diverse funzionalità cerebrali e cognitive.

Aprendo poi sullo schermo posto dinanzi a noi, l’immagine della risonanza, inizia a fornirmi più dettagli effettuando uno zoom sulla zona interessata e continuando con la sua spiegazione:

Le dimensioni della massa sono importanti, ma come ulteriore elemento positivo, sembrerebbe essere localizzata non in profondità garantendo dunque la possibilità di un accesso alla lesione soggetto a meno rischi legati alla necessità di scavare. Ma per adesso fermiamoci qui, c’è tempo per fornirti ulteriori dettagli. Ora pensa a riposare e, per quanto ti è possibile, a stare tranquillo.

Come se non mi avesse detto nulla continuo a fissare l’immagine sullo schermo, soffermandomi su quella piccola (ma troppo grande in realtà per essere lì) parte nera che nettamente si evidenzia all’interno del mio cervello. Resto in silenzio qualche secondo, quasi estasiato da quell’immagine (ho sempre amato, infatti, lungo il mio percorso di studi in Neuroscienze, osservare e studiare le risonanza dei malati neurologici), mentre con la coda dell’occhio osservo Giulia che tenta, goffamente di fotografare, senza farsi beccare, l’immagine per sottoporla ad alcuni amici medici.

Mentre “mi guardo dal di dentro” rifletto su quanto mi sembri inverosimile che si stia parlando di me, eppure sono lì, al fianco di un Neurochirurgo, come in una puntata di Grey’s Anatomy ed il mio unico pensiero, fisso ed inesorabile è il mio Noah e al rischio che corre di perdere così, dal nulla e da troppo piccolo, il proprio Papà.

Da quell’istante, diversamente da quanto successo nelle ore precedenti, ricordo di aver perso del tutto la paura di morire per ME. D’altronde, mi ripetevo ossessivamente, se io dovessi morire e se la morte fosse qualcosa di analogo a quanto vissuto nel corso della Crisi non sarebbe un grande problema per chi la sperimenta. Il problema è tutto degli altri, di chi ti perde, di chi lasci, ed è proprio questa la ragione principale di angoscia e panico. Per cui, incurante delle sue ultime parole, irrompo nuovamente:

Dottore, però, mi dica: rischio di morire, di riportare dei deficit cognitivo/motori importanti? Ho un bimbo di tre anni e mezzo. Io devo tornare a casa da lui. Mi dica la verità, voglio saperlo”.

Lo sapevo (sulla carta), ma nel corso di questa esperienza l’ho potuto appurare con certezza inequivocabile: non esiste domanda più stupida e probabilmente inutile da sottoporre ad un dottore, soprattutto quando si parla di un intervento di micro-neuro-chirurgia. Semplicemente perché, se ti aspetti un bel “No, stai tranquillo”, resterai sempre, puntualmente deluso.

I rischi ci sono e sono alti, è inutile nasconderlo. Ma tu devi stare tranquillo e pensare solo a riposare. Ci sono numerosi elementi positivi nel nostro caso e su questi dobbiamo concentrarci. La tua età, inoltre ci impone di agire, al netto di ogni rischio per tentare di garantirti una vita normale.”

Nonostante le sue parole non mi fermo:

Ma le crisi epilettiche? Sono riconducibili soltanto all’Angioma o è possibile siano dovute ad altri fattori? Potrò tornare alla “normalità” e alla mia piena e totale autonomia? Per quanto non “eloquente”, sa meglio di me, come l’area cerebrale corrispondente all’Angioma sia importante per il linguaggio, il ragionamento logico/matematico, il sonno. Sono localizzate in quella zona aree importanti: Broca, Wernicke, il Sistema Limbico…insomma…tornerà a funzionare tutto?

Dico quest’ultima frase sorridendo e tentando di sdrammatizzarne i contenuti come sempre cerco di fare, così da esorcizzarne i rischi e riderci sopra in un modo o nell’altro. Lui, il mio grandissimo Neurochirurgo, mi guarda accennando una piccola risata, come se apprezzasse in fondo quella curiosità e, sebbene di fretta, mi risponde con dolcezza e calma:

“Andiamo per gradi: la prima cosa è eliminare l’Angioma. Poi, andremo a capire come e se è possibile agire sulle crisi epilettiche. È chiaro che la massa sia un indizio importante all’interno del quadro relativo alle crisi. Ma lo si capirà con il tempo. Intanto, di certo, nei prossimi giorni faremo anche un elettroencefalogramma così da valutare l’attività elettrica e capire se ci sono dei focolai dislocati anche in aree differenti rispetto all’Angioma. Vedremo…”

Mi fermo qui. Avrei altre mille domande da fare, ma capisco che, almeno per il momento non è possibile, né indicato, cercarne le risposte. Il Dottore mi saluta e ci fa accomodare al di fuori dell’ufficio. Ci sediamo, stretti stretti e tremanti su due poltrone rosse mentre un’infermiera passa e mi dice che stanno provvedendo a preparare il mio letto, nella stanza numero cinque. Ci rifletto un attimo ed immediatamente riecheggia un vecchio ricordo, proprio di quel reparto, composto da un lungo, lunghissimo corridoio in cui ero stato molti anni prima, nel dicembre 2006, agli esordi della malattia di mia madre. In pochi minuti mi chiamano e mi accompagnano verso la mia stanza. Il ricordo a quel punto si fa vivido, evidente. La Mamma era proprio lì, non nella stanza numero cinque, ma poco più avanti: stanza numero quattro.  Sorrido dentro. È davvero ironico e beffardo il destino (anche se non ho mai creduto al destino nella mia vita!) che delle volte sembra si diverta a prendersi gioco di noi. Sorrido e racconto l’aneddoto a Giulia, che mi cammina di fianco in uno stato di agitazione evidente. Poi aggiungo:

“Spero solo che questa volta l’esito sia differente…”

Lei si arrabbia e mi rimprovera per questo pensiero, ma mi conosce bene e sa che è il mio modo di scherzare, soprattutto in contesti come questo. Entriamo nella stanza. Sono solo, almeno per il momento. Con me ho solo uno zaino con le cose essenziali, mi serve tutto il resto. Ci sediamo insieme sul bordo del letto. Ci abbracciamo forte, come spesso facciamo. La sento tremare e mentre la bacio percepisco le nostre lacrime incrociarsi e mescolarsi. Siamo entrambi spaventati e quell’emozione, sebbene complessa e troppo grande, dobbiamo imparare a conoscerla, per gestirla ed affrontarla, insieme, uniti, per noi e per il nostro Noah. Di certo si tratta della prova più complessa per la nostra giovane famiglia, eppure di cose ne abbiamo già vissute parecchie. La guardo negli occhi tentando in qualche modo di darle coraggio, ma non credo di esservi riuscito perché in primis mancava a me in quel momento il coraggio. Entra l’infermiera per farmi la mia prima terapia e le dice che deve andare via. Nel reparto non sono previste visite dei parenti, il primario le ha vietate. Al massimo, ogni tanto, potrà essere il paziente (io) ad uscire. La notizia ci devasta facendoci sprofondare in un dolore ancora più profondo.

“Cosa ti serve amore mio? Cosa ti porto?”

“Faccio mente locale e ti scrivo la lista io cucciola. Tu stai serena e abbraccia forte il Nano da parte mia. Spero possa perdonarmi che oggi non torno a casa!”

La bacio un’ultima volta. Credo sia stata proprio una classica scena da film americano quella. Piangevamo entrambi, disperati, l’uno avvinghiato all’’altra, bagnati dalle lacrime che i nostri occhi stretti dal nostro abbraccio si scambiavano inconsapevoli. Tremiamo come fossimo nudi in mezzo alla neve. Ci guardiamo ancora per darci coraggio, non servono parole o lunghi discorsi, serve solo tutto l’amore che da sempre ci diamo per affrontare con forza e decisione quanto ci sarà da vivere nei prossimi giorni. L’infermiera ritorna per sollecitare l’uscita di Giulia.

Ancora un bacio, uno sguardo triste ma tenerissimo e le nostre mani che si sfiorano un’ultima volta prima di lasciarsi per iniziare quest’ennesimo capitolo della nostra storia.

Mi siedo e la osservo varcare spaesata e piangente la porta di quella stanza. Si guarda attorno, confusa, quasi disperata e alla ricerca dell’uscita. L’infermiera, la dolcissima Raffaella,  si accorge del suo stato e la prende per il braccio accompagnandola (mi dirà poi Giulia) sino alla macchina.

Mi alzo di corsa dal letto per affacciarmi dalla porta e salutarla un’altra volta, per mandarle ancora un altro bacio. Lei non si volta. La guardo poggiare la sua testa sulla spalla di quella che in fondo è una sconosciuta, sconsolata…vorrei correrle incontro, prenderle la mano e scappare via insieme per tornare a casa, dal nostro bimbo, alla nostra meravigliosa vita di sempre. Ma non posso. Non sarebbe la cosa giusta.

Mi volto indietro e tornando verso il letto inizio a piangere dicendomi stentatamente:

“Piangi Luca, fai uscire tutte le lacrime, vivile, esplorale. Ma datti un tempo massimo per farlo. Poi inizia a lottare e mettere tutta l’energia ed il coraggio che hai per affrontare al meglio questa situazione. Lo devi a Giulia&Noah, alla tua famiglia, a te stesso. È dura, ma ce la fai, ce la fai, ce la farai!”

E così ha avuto inizio il mio lungo periodo di degenza all’interno di un reparto infernale ma che ha saputo regalarmi infinite emozioni!

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